A BOLOGNA IL PRIMO DEATH CAFE’

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PARLARNE SI PUO’: i death cafè

Questa iniziativa, già diffusa nel nord Europa, sbarca in Italia per cercare di rompere il muro di silenzio che si alza davanti al tema della morte. Anche se diversa dai gruppi di sostegno e condivisione, dove l’esperienza personale diventa motivo di rflessione per tutti, i death cafè rappresentano un modo per affrontare la paura dell'”addio” e dare un significato nuovo alla vita

Da Repubblica: il Venerdì
“Quattro risate e un funerale: ecco il caffè della morte”
di CLAUDIA ARLETTI
4 dicembre 2015

A Bologna il primo Death Cafè dove si affronta la paura dell’addio «per potere vivere meglio…». Confessioni, pasticcini e ironia. Ed è soltanto l’inizio
«Per tre giorni dopo la morte i capelli e le unghie continuano a crescere, ma le telefonate progressivamente calano» se la rideva in tv Johnny Carson – oggi ampiamente defunto – ai tempi d’oro dei giochi a quiz. Della morte talvolta si può e si deve ridere. Ma soprattutto si dovrebbe parlare: non fa forse parte della vita di tutti i giorni?

Lo sa bene una nonna di Bologna cui disgraziatamente morì il nipotino, precipitato da una finestra mentre era in casa con lei. Il dolore avvolse la povera signora, ma a rendere insopportabile lo strazio fu il comportamento di amici e vicini dopo il funerale. Nessuno osava parlarle; chi per caso la incontrava, la evitava con veloci dietrofront, fughe sulla porta dell’ascensore e silenzi imbarazzati. «Una reietta, un paria. Ma c’è da capire quelle persone, non sappiamo come affrontare la morte, quella dei nostri cari e quella di chi conosciamo appena» spiega Francesco Campione, medico e psicologo, docente universitario e tanatologo – esperto di ciò che si dice e si pensa riguardo alla morte – e ora audace promotore in Italia dei Death Cafè, già diffusi in Svizzera e nei Paesi anglosassoni: serate da non credersi, dove persone di ogni età ed esperienza si ritrovano intorno a vassoi di tè e pasticcini per condividere lutti, paure, fantasmi, lacrime, idee, ricordi e persino risate. Anche al primo Death Caffè all’italiana, che si è svolto poche settimane fa a Bologna, scoppi di ilarità hanno spesso alleggerito l’atmosfera. L’appuntamento era alle 21 nel palazzo del centro dove ha sede l’associazione Rivivere, impegnata, fra le altre cose, a dare assistenza psicologica a chi ha perso una persona cara – e perciò anche ai bambini cui la sorte ha portato via un genitore o magari un fratellino.

Venti persone, quasi tutte donne, nessuna delle quali con un lutto recente, selezionate con cura «perché l’inaugurazione doveva essere discreta»; però già alle 20 un gruppo di studenti si era messo in coda per entrare. E anche dopo, mentre il Cafè era in corso, c’era chi provava a suonare al citofono, «forse pensano che ci sia un rave», sorrideva Campione, «è il segno che si sente il bisogno di affrontare questo tabù, di reimparare un linguaggio che abbiamo perduto».

Il pavimento chiaro, le venti sedie in circolo più una (quella di una ragazza entrata di straforo), i libri alle pareti, una bella luce, pizzette e patatine, e Campione a cominciare: «Siamo qui per parlare della morte, consapevoli che ci aiuterà a vivere meglio, non certo per organizzare un suicidio collettivo» (risata generale), «ricordandoci che il silenzio è la resa e che noi siamo per la vita. Bene, che ci diciamo?». Attimi di imbarazzo, poi una giovane donna prende coraggio: «Se mi sveglio la notte e penso “io esisto” mi terrorizzo. Eppure ho una figlia, un marito…», «Un amante no?» (risata generale), «Dicevo… Non voglio avere così paura, voglio essere preparata». Ed ecco Silvia: «Per me la morte era un tappo, qualcosa che non doveva esserci. Ora se penso a mia figlia, a lei senza di me, provo tanta angoscia. Vorrei non sentirmi così».

«Oggi tutto si fa in fretta, il funerale è una pendenza da chiudere al più presto » si rammarica il signor G., 58 anni, «viviamo in città mortifere, congelate» e ricorda i pomeriggi dell’infanzia passati a giocare all’aperto e le serate «con i vecchi che parlano di tutto, anche dei lutti, e allora la morte non faceva tanta paura, era parte della vita. Ho un figlio che è stato adottato e un giorno sono rimasto folgorato da un pensiero, gli ho chiesto “tesoro hai paura che io e la mamma moriamo?” , e lui subito: “sì, tanto, ho paura di restare solo”, così ho capito che avevo fatto bene a sciogliere questo nodo».

Una giovane donna tocca il tasto forse più delicato: «Lavoro a contatto con i bambini tra zero e 6 anni, sono tenuti all’oscuro di tutto e non me ne faccio una ragione. Se muore un pesce rosso, qualcuno corre a sostituirlo. Una volta, c’era un progetto su una capretta incinta, solo che il piccolo poi è morto. Be’, hanno scovato in fretta e furia un altro capretto. Qualsiasi cosa, pur di non parlarne».

Si va avanti così, scivolando da un argomento all’altro, dal terrore di lasciare i figli ancora piccoli alla tenerezza che si prova «facendo a mano i tortellini proprio come li preparava mia madre, mi sembra quasi che sia con me a impastare»; viene fuori che «a Siviglia si parla della morte in continuazione, con naturalezza, la stessa corrida è una sfida alla morte»; qualcuno osserva che il Mediterraneo è «un cimitero dove ci facciamo il bagno fingendo che tutto vada bene»; e che siamo riusciti nell’incredibile impresa di guardare cadaveri tutti i giorni in tv e, contemporaneamente, di fare della morte un tabù. Si parla di fede, di cristianesimo e di buddismo, di società laiche, di paganesimo, di coraggio, di mistero – «siamo di fronte a un enigma» – di addii dati con serenità e di trapassi devastanti.

Tutti sembrano concordare su un punto: la morte dà senso e misura alla vita, «pensate se non si morisse mai», qualcuno cita l’immortale miserabile immaginato da Jorge Luis Borges e certi racconti di fantascienza. Ci si scambia i saluti dopo mezzanotte – «Sono stanca morta» ha confessato ilare una ragazza incinta al nono mese, – dopo avere deciso che l’esperienza è piaciuta e si ripeterà. Questi ultimi giorni sono stati movimentati. Probabilmente il Death Cafè cambierà nome e diventerà il Circolo dei mortali, come suggerito da Campione. Gli iscritti si sono moltiplicati e si organizzeranno serate a tema. I pionieri si sono divisi in due gruppi: uno affronterà l’incandescente questione del «come dirlo ai bambini», l’altro si concentrerà sull’impatto suscitato dagli attentati di Parigi. Si è fatta avanti anche l’Arcigay, proponendo (e e ottenendo) incontri riservati a lesbiche e gay.

Se poi qualcuno ora si chiede perché si debba proprio parlare di morte, ecco le parole del sociologo ed etnologo svizzero Bernard Crettaz, che ha ideato i Death Cafè: «Perché è il solo modo, per i vivi, di non restare nel dolore».

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